«Le microalghe contro la crisi del petrolio non sono più un esperimento da laboratorio. Sono una possibile risposta industriale alla nuova fragilità dell’economia globale. Mentre lo Stretto di Hormuz torna a essere il collo di bottiglia del mondo, l’energia smette di essere solo una materia prima. Diventa sicurezza nazionale, costo sociale, stabilità delle imprese».
A dirlo è l'imprenditore biotech e ricercatore scientifico Giuliano Regonesi (nella foto), commentando le ultime notizie di politica estera.
Nel 2025, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, dallo Stretto sono passati quasi 20 milioni di barili al giorno di petrolio. Inoltre, le rotte alternative disponibili restano molto inferiori alla portata del corridoio del Golfo.
Hormuz detta la nuova agenda mondiale
Il problema non è soltanto il pieno dell’auto. Infatti, ogni tensione sul greggio si scarica su trasporti, bollette, industria, turismo, fertilizzanti e logistica. Reuters ha segnalato il 26 aprile 2026 un nuovo rialzo del petrolio, con il Brent arrivato a 108,36 dollari al barile dopo lo stallo dei negoziati tra Stati Uniti e Iran.
Per questo, spiega Regonesi, titolare della MICROALGAEX As, società pioniera nella coltivazione di microalghe e nel sequestro di CO₂ mediante fotobioreattori, la crisi di Hormuz cambia il modo di «leggere la transizione ecologica». «Non è più una bandiera ideologica. Diventa una difesa concreta contro guerre, blocchi navali, scarsità di materie prime e rincari improvvisi», spiega Regonesi.
Le microalghe contro la crisi del petrolio
Qui entrano in scena le microalghe. Non come slogan verde, ma come piattaforma produttiva. «I biocombustibili algali possono ridurre una quota della dipendenza da petrolio importato», prosegue l'imprenditore. «Inoltre, non competono con i terreni agricoli nello stesso modo delle colture energetiche tradizionali. La spinta arriva proprio dalla crisi».
Dal barile alla bioraffineria
«La vecchia economia misura tutto in barili», spiega Regonesi. «La nuova può misurare una parte del futuro in bioreattori. I fotobioreattori coltivano microalghe in ambienti controllati, catturano CO₂ e producono biomassa. Da lì possono nascere biofertilizzanti, biocomposti, additivi, carburanti e applicazioni ambientali».
E il percorso industriale e scientifico di Regonesi si colloca proprio in questa area: microalghe, fotobioreattori CTRX, cattura della CO₂, biofertilizzanti, biocombustibili e infrastrutture ambientali come Liquid Forest, Liquid Tree e Liquid Park, con un portafoglio di oltre 27 brevetti a cavallo tra industria, biotech e sostenibilità.
La CO₂ non è solo un nemico
La CO₂ viene raccontata quasi sempre come scarto. Però può diventare anche materia prima biologica. «In un sistema fondato sulle microalghe», prosegue l'imprenditore, «l’anidride carbonica alimenta processi produttivi e genera biomassa utile. Quindi il tema non è soltanto ridurre emissioni. È trasformare un costo ambientale in risorsa industriale».
La guerra colpisce i fertilizzanti
D'altronde, la crisi energetica arriva nei campi prima ancora che nelle fabbriche. Infatti, gas, ammoniaca, urea e fosfati sono legati alle catene globali dell’agricoltura. La Fao ha avvertito che, se la crisi dello Stretto persiste, i prezzi globali dei fertilizzanti potrebbero restare più alti del 15-20% nella prima metà del 2026.
Per questo i biofertilizzanti da microalghe diventano un tema economico. Non riguardano solo la sostenibilità agricola. Riguardano il prezzo del cibo, la tenuta delle aziende agricole e la capacità europea di non dipendere sempre da rotte instabili.
Liquid Forest e Liquid Tree: la città respira
La transizione, però, non passa solo dai campi o dai carburanti. Passa anche dalle città. Liquid Forest, Liquid Tree e Liquid Park indicano una possibile infrastruttura urbana fondata su microalghe, qualità dell’aria e rigenerazione ambientale.
«In questo schema, il verde non è più soltanto parco pubblico», ammonisce Regonesi. «Diventa macchina biologica. Cattura CO₂, produce ossigeno, migliora l’aria indoor e outdoor. Inoltre, può trasformare la rigenerazione urbana in una risposta alla crisi energetica e climatica».
L’industria pesante e il biotech climatico
La forza del modello sta anche nell’incrocio tra vecchia e nuova manifattura, come spiega l’avvocato Alexandro Maria Tirelli, celebre internazionalista e coordinatore di ICAAOU.com, che assiste Regonesi per le questioni strategiche legate a energia, idrocarburi e infrastrutture globali.
«Il conflitto con l’Iran ha riportato interesse sui biocarburanti, resi più competitivi dall’impennata dei prezzi fossili. Tuttavia, la sfida resta industriale: servono impianti, costi sostenibili, brevetti, ricerca applicata e domanda stabile», aggiunge Tirelli.
«È un passaggio importante», aggiunge Regonesi. «Perché la transizione ecologica non può vivere solo di convegni. Ha bisogno di macchine, manutenzione, brevetti, filiere, materiali, capitali e mercato. Quindi la domanda vera è industriale: chi costruirà le infrastrutture della decarbonizzazione?»
Autonomia energetica, valore aggiunto
L’Agenzia internazionale dell’energia ha definito la crisi mediorientale una delle maggiori interruzioni nella storia del mercato petrolifero, con domanda rivista al ribasso e scarsità capace di diffondersi oltre Medio Oriente e Asia. Dentro questo quadro, le microalghe contro la crisi del petrolio diventano una formula politica prima ancora che tecnologica. Significa produrre una parte dell’energia, dei fertilizzanti e delle infrastrutture ambientali dentro filiere meno esposte ai ricatti esterni.
La domanda che l'Ue non può ignorare
L’Europa può continuare a subire ogni crisi internazionale come una tassa occulta su imprese e famiglie? Oppure può trattare biocombustibili, biofertilizzanti e fotobioreattori come pezzi di autonomia strategica?
La risposta non sarà unica. Tuttavia, Hormuz ha già mostrato il punto debole. Un’economia che dipende da rotte lontane resta vulnerabile. Per questo la bioeconomia delle microalghe non va archiviata come nicchia verde. Va discussa come industria di sicurezza.

