"Vogliamo solo avere la libertà di prendere le decisioni necessarie a causa delle situazioni in cui ci troviamo a vivere". Con questa motivazione il ministro dell'Energia degli Emirati Arabi Uniti, Suhail al Mazrouei, ha annunciato l'uscita degli Emirati dall'Opec, e dall'Opec+ (che include la Russia) a partire dal 1 maggio.
"Gli Emirati hanno risorse significative non solo a livello locale, ma anche internazionale. E stiamo sviluppando continuamente il nostro portafoglio. Quindi non andremo a sconvolgere il mercato", ha assicurato al Mazrouei. Uno dei principali motivi dell'uscita riguarda il desiderio di aumentare la produzione di petrolio senza i vincoli imposti dalle quote Opec. Il sistema dell'organizzazione limita, infatti, quanto ogni Paese può estrarre per controllare i prezzi globali. E gli Emirati - che hanno una capacità produttiva in crescita, ma hanno anche subito il peso maggiore degli attacchi di ritorsione dell'Iran durante la guerra - vogliono rispondere alla domanda globale in modo più flessibile. Non solo. L'indipendenza consente anche di reindirizzare capitali per mettere in sicurezza le rotte di esportazione, in particolare investendo in oleodotti terrestri progettati per aggirare Hormuz e garantire che il greggio raggiunga i mercati globali senza interruzioni dovute a colli di bottiglia marittimi o minacce iraniane. Nelle ultime settimane, i produttori Opec si sono lamentati del fatto che gli attacchi nello Stretto li abbiano privati della loro posizione di principale fattore di influenza sulle fluttuazioni del mercato petrolifero.
Abu Dhabi ha già dimostrato in passato di non essere disposta a scendere a compromessi quando si è trovata in disaccordo con l'Arabia Saudita suo vicino, partner militare e tradizionale alleato su fronti economici e geopolitici. La decisione emiratina riflette anche tensioni crescenti all'interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Se seguiranno altre uscite, si tratterà di un cambio epocale per la produzione di petrolio nel mondo. La mossa segna, intanto, una frattura quasi senza precedenti nel cartello petrolifero (finora, solo produttori più piccoli come Qatar, Angola o Ecuador si erano ritirati), aprendo interrogativi sulla tenuta stessa del meccanismo di coordinamento nonché una fase di elevata incertezza per i mercati energetici globali. Perdere un membro con una capacità di 4,8 milioni di barili al giorno, e con l'ambizione di produrre di più, toglie uno strumento reale dalle mani del gruppo. Secondo i dati dell'Agenzia Internazionale dell'Energia, l'uscita elimina il 13% della capacità produttiva dell'Opec, danneggiando le capacità dell'organizzazione di gestire il mercato. Il primo effetto? Il Wti è volato sopra i 100 dollari e il Brent ha sfiorato i 111 dollari al barile.
Nel frattempo, l'Iran sta cercando disperatamente nuovi modi per immagazzinare il suo petrolio, nella speranza di evitare un blocco totale della produzione, dato che il blocco navale Usa sta soffocando le sue esportazioni e i negoziati per porre fine alla guerra rimangono in una fase di stallo. Con le riserve petrolifere in aumento sul mercato interno, l'Iran sta riattivando siti abbandonati, utilizzando container improvvisati e tentando di spedire il greggio in Cina via ferrovia. La guerra tra Stati Uniti e Iran, fa notare il Wall Street Journal, si è trasformata in una corsa contro il tempo per vedere se a cedere sarà l'industria petrolifera di Teheran o i consumatori globali di energia. Ogni barile che non può lasciare il Paese attraverso i normali canali di esportazione deve pur finire da qualche parte: in un serbatoio, su una nave, in un deposito improvvisato o rimanere sottoterra.

