Meloni blinda il ministro e punta il dito sulla Procura

Scritto il 29/04/2026
da Adalberto Signore

La premier: rispettata la prassi, gli strumenti di indagine li ha il Pg con la polizia. Nessun contatto con il Quirinale

"C'è la sedia con lo schienale alto, scende anche lei". Manca qualche minuto alle 17.30 quando la sala stampa di Palazzo Chigi inizia ad affollarsi più del solito per una conferenza stampa post Consiglio dei ministri a cui - recita una nota di qualche ora prima - è previsto che partecipino "gli esponenti del governo interessati ai provvedimenti assunti in Cdm", nello specifico il decreto Primo maggio. E invece no, perché Giorgia Meloni sceglie a sorpresa di esserci, non solo o non tanto per illustrare il dl sul lavoro, quanto per mettere la faccia sulla vicenda della grazia a Nicole Minetti e difendere l'operato del governo. E non è un caso che sia presente anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Sarà lui, chiudendo una conferenza stampa di quasi un'ora, a dare lettura dei documenti nel fascicolo che il pg di Milano ha inviato al ministero della Giustizia.

L'obiettivo, insomma, è mettere agli atti che se quello della grazia a Minetti è davvero un gigantesco pasticcio come sembra, la responsabilità non può ricadere sul Guardasigilli. Come hanno ventilato alcuni retroscena (secondo cui anche al Quirinale riterrebbero responsabile Carlo Nordio) e come sostiene apertamente l'opposizione.

Così, Meloni la prende alla larga. "Credo che sia importante ricostruire qual è l'iter" che segue ogni domanda di grazia, è la premessa. La richiesta viene presentata al Quirinale che la inoltra al ministero della Giustizia. A meno di vizi di forma, il ministero la trasmette a sua volta alla procura competente per gli accertamenti del caso e, qualora vi sia parere positivo, torna al ministero per poi essere inviata al Quirinale per il via libera definitivo. In tutti questi passaggi, spiega Meloni, la valutazione di merito spetta ai magistrati. Tanto che, dice la premier, "dall'inizio di questo governo il ministero della Giustizia ha ricevuto 1.241 domande di grazia e ha trasmesso alle procure generali 1.045 domande di grazia". Insomma, praticamente tutte "salvo quelle che avevano dei vizi di forma". A via Arenula, è il senso del ragionamento, si fa solo una scrematura formale ma senza entrare nel merito. E delle circa mille domande trasmesse alle procure, aggiunge, "tornano con parere favorevole poche decine" e "a quel punto il ministero tende a confermare il parere" e "le inoltra al Quirinale che a sua volta conferma".

D'altra parte, sottolinea Meloni, "il ministero non ha gli strumenti per operare indagini", tanto che "si avvale della magistratura che per fare le indagini si avvale a sua volta della Polizia giudiziaria". Insomma, "è ovvio che il ministero difficilmente potesse sapere qualcosa che non sapeva la procura generale" di Milano. E, dunque, per la premier "nell'iter della grazia a Minetti non c'è nulla di errato rispetto alle altre 1.241 richieste elaborate in questi anni". Questo ovviamente non significa che non ci siano stati degli errori, anche grossolani. Perché, dice, "se è vero quello che emerge dall'inchiesta giornalistica" del Fatto quotidiano, "sicuramente qualcosa manca nel lavoro che è stato fatto". "Però - aggiunge - non è un lavoro che fa il ministero". Ragione per cui la premier blinda Nordio ("mi fido di lui ed escludo le sue dimissioni") e si dice "d'accordo sul fatto che vengano fatti ulteriori accertamenti".

Al netto di una sottovalutazione di fondo da parte di tutti gli attori rispetto a una richiesta di grazia per mille ragioni particolarmente delicata, secondo il governo l'anello debole della catena è dunque la procura generale di Milano. Non è un caso che Mantovano legga testualmente i documenti del fascicolo Minetti inviati dal pg al ministero. "I dati sopra dedotti dall'interessato, che trovano riscontro nella documentazione offerta in produzione, sono indicativi di una radicale presa di distanza dal passato deviante", scandisce. Insomma, "gli esiti degli accertamenti della polizia giudiziaria" e "i documenti" inviati dal pg "lasciavano pochi margini alla valutazione del ministro".

Su come il Colle dovrà ora gestire la vicenda, invece, Meloni non si espone. "Se vuole - risponde a un cronista - beviamo un bicchiere di vino e le dico cosa penso, ma non è il mio ruolo dire cosa il presidente della Repubblica dovrebbe fare, così mi mette in difficoltà". Ma è chiaro che in queste ore tra Palazzo Chigi e il Quirinale il clima non è propriamente disteso. Non è un caso che tra Mattarella e Meloni non ci siano stati contatti.