Francesco Maria Chelli ha scelto la linea della difesa totale. Ieri in audizione sul Documento di finanza pubblica, il presidente dell'Istat ha ribadito che il processo di validazione dei conti "segue modalità e tempistiche dettate dai regolamenti europei" e che l'Istituto opera "pur mantenendo un ruolo autonomo e indipendente". Una formula che formalmente richiama la neutralità tecnica, ma che nella sostanza finisce per coprire una scelta estremamente rigida: quella che ha impedito all'Italia di raggiungere la soglia simbolica del 3% nel rapporto deficit/Pil, lasciando colpevolmente il Paese sotto procedura per disavanzo eccessivo.
Dietro il paravento dell'autonomia, infatti, resta il dato concreto. L'Istat ha consolidato una contabilizzazione particolarmente severa delle partite residue del Superbonus, blindando una spesa da 8,4 miliardi e fissando il deficit 2025 al 3,1%, nonostante il miglioramento strutturale dei conti e il rafforzamento dell'avanzo primario ottenuti dal Tesoro guidato da Giancarlo Giorgetti. Lo stesso Chelli ha ammesso che le revisioni hanno migliorato l'indebitamento netto di 905 milioni, ma senza modificare l'incidenza finale. Il punto politico è evidente: mentre il governo ha corretto gli squilibri ereditati dalla stagione del Superbonus, l'Istat ha scelto la linea più rigida possibile proprio nel passaggio decisivo, trasformando un decimale in una zavorra europea.
Eppure, questo ruolo così incisivo viene esercitato da una struttura pubblica di dimensioni imponenti, interamente sostenuta dai contribuenti. Il bilancio di previsione 2026 dell'Istituto supera i 230 milioni di euro annui di dotazione, con costi complessivi della produzione oltre i 326 milioni. Circa il 70% delle risorse è assorbito dal personale. I dipendenti sono quasi duemila, oltre 1.900 unità, con una platea composta per più della metà da ricercatori e tecnologi, affiancati da centinaia di tecnici, amministrativi e circa trenta dirigenti. Il costo medio per addetto oscilla tra i 60 e i 65mila euro l'anno, con punte molto superiori per le figure apicali. In altre parole, un apparato di vaste proporzioni, finanziato con risorse pubbliche considerevoli, che esercita un peso strategico crescente sulle politiche economiche nazionali.
A rendere ancora più marcato il profilo politico dell'ente è la sua struttura sindacale interna. Le Rsu vedono la netta egemonia della Flc Cgil, con oltre il 39% dei voti e la maggioranza relativa dei seggi. Non sorprende dunque che proprio la Cgil sia insorta contro qualunque critica al dato sul deficit con la segretaria Flc Gianna Fracassi che ha denunciato "attacchi all'autonomia e all'indipendenza dell'Istat". Il risultato è che una macchina pubblica largamente orientata a sinistra si presenta come insindacabile presidio tecnico, mentre reagisce come un fortino ideologico a ogni contestazione.
Ma Chelli non si limita ai conti. Sul fronte macroeconomico insiste su una dinamica "meno positiva" per il 2026, pur riconoscendo crescita e investimenti in ripresa. Sul capitolo salari sottolinea che "tra il primo trimestre 2021 e il quarto del 2025 le retribuzioni contrattuali si sono ridotte del 7,8% in termini reali", pur ammettendo che nel 2025 stipendi e retribuzioni sono cresciuti oltre l'inflazione. Anche qui, più che registrare il recupero, il racconto prevalente è quello di un Paese impoverito e strutturalmente fragile. Eppure a pagare siamo noi.

