Cosa c'è dietro l'allarme della Cia

Scritto il 07/03/2026
da Federico Giuliani

L’acqua potabile, garantita dagli impianti di desalinizzazione, emerge come la vera risorsa strategica del Golfo e un possibile punto critico nel conflitto con l’Iran

Il Medio Oriente non è solo il “centro del mondo” di petrolio e gas. Secondo l’intelligence statunitense, la risorsa davvero strategica della regione è un’altra: l’acqua potabile. In un’area dominata da deserti e precipitazioni minime, infatti, l’approvvigionamento idrico rappresenta una questione di sicurezza nazionale tanto quanto quello energetico. Non è un caso che la Cia, già dagli anni Ottanta, abbia definito l’acqua come la “vera commodity strategica” del Golfo Persico. La ragione è semplice: mentre il sottosuolo della regione è ricchissimo di idrocarburi, le riserve naturali di acqua dolce sono quasi inesistenti. Certo, i ricchi governi locali hanno creato imponenti sistemi di desalinizzazione che trasformano l’acqua marina in acqua potabile. Ma, in tempo di guerra, questi sistemi rappresentano clamorose vulnerabilità strutturali...

Perché l’acqua è vero il tallone d’Achille del Medio Oriente

Per sopravvivere e sostenere città sempre più grandi, in sostanza, i Paesi del Golfo hanno costruito vari impianti di desalinizzazione, consentendo così a metropoli come Dubai e Riyadh di crescere rapidamente. Gran parte della popolazione dipende quindi da infrastrutture altamente tecnologiche e concentrate in pochi punti strategici.

Ecco, proprio questa fragilità è tornata al centro dell’attenzione con l’escalation militare tra Iran, Stati Uniti e Israele. Secondo quanto riportato da Bloomberg, la vera risorsa capace di influenzare l’esito del conflitto potrebbe non essere il petrolio, bensì l’acqua. Nei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo vivono circa 100 milioni di persone e molte delle principali città dipendono quasi totalmente dagli impianti di desalinizzazione.

Alcuni Stati, come Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, non avrebbero alternative immediate se questi impianti venissero danneggiati. Il caso dell’Arabia Saudita è particolarmente emblematico: l’enorme impianto di Jubail, sulla costa del Golfo Persico, alimenta attraverso una rete di oltre 500 chilometri di tubature gran parte del fabbisogno idrico di Riyadh.

I rischi della guerra

Stando ad alcune valutazioni statunitensi, la capitale saudita potrebbe trovarsi costretta a evacuare nel giro di una settimana se il suddetto impianto dovesse essere seriamente compromesso. Negli ultimi anni, inoltre, i governi della regione hanno investito per rendere la rete più resiliente, ma il problema di fondo è sostanzialmente rimasto: gli impianti sono infrastrutture fisse, difficili da proteggere completamente e spesso nel raggio di missili e droni.

Questo scenario rende l’acqua un possibile strumento geopolitico da sfruttare in un conflitto che finora è stato interpretato quasi esclusivamente attraverso la lente dell’energia. Attaccare gli impianti di desalinizzazione significherebbe colpire direttamente la vita quotidiana di milioni di persone, mettendo governi e città di fronte a una crisi immediata. Proprio per questo il diritto internazionale considera tali infrastrutture come obiettivi protetti. Tuttavia la storia recente dimostra che, quando le guerre si intensificano, anche queste linee rosse possono essere ignorate.

Negli ultimi mesi alcuni episodi hanno già mostrato quanto il sistema sia vulnerabile: in un caso un attacco ha colpito una centrale elettrica negli Emirati che alimenta un grande impianto di desalinizzazione, mentre in Kuwait i detriti di un drone intercettato hanno provocato un incendio in una struttura simile. Per Teheran, che non può competere militarmente con la superiorità tecnologica di Stati Uniti e Israele, la strategia potrebbe essere quella di puntare su infrastrutture del genere. Con tutte le conseguenze del caso.