Nel Pacifico occidentale c'è un minuscolo territorio, quasi sconosciuto al grande pubblico, che potrebbe presto diventare centrale nelle strategie energetiche dell’Asia. Parliamo dell’isola di Minamitorishima, il punto più orientale del Giappone, situato a circa 1.900 chilometri da Tokyo; un atollo remoto, privo di popolazione civile e abitato esclusivamente da membri delle Forze di autodifesa marittime giapponesi e da personale governativo. Perché è importante? Nonostante le sue dimensioni ridotte e l’isolamento geografico, è oggi al centro di due dossier cruciali: la gestione dei rifiuti nucleari ma soprattutto lo sfruttamento di risorse minerarie strategiche presenti nei fondali marini circostanti.
La svolta del Giappone passa da Minamitorishima
Come ha spiegato Nikkei Asia, il governo giapponese ha annunciato l’intenzione di chiedere al municipio di Ogasawara, da cui dipende amministrativamente il territorio, il permesso di effettuare uno studio preliminare per verificare la possibilità di realizzare sull’isola un deposito sotterraneo per rifiuti radioattivi ad alta attività.
Si tratterebbe del quarto studio di questo tipo nel Paese, dopo quelli avviati negli ultimi anni in diverse località del Giappone. Il problema dello smaltimento del combustibile nucleare esausto è infatti una questione irrisolta per Tokyo, che da decenni fatica a individuare siti adatti e socialmente accettati per la conservazione a lunghissimo termine di materiali radioattivi che devono essere isolati nel sottosuolo per migliaia di anni.
Ma Minamitorishima non è soltanto un possibile deposito nucleare. Il suo vero valore strategico potrebbe trovarsi infatti nelle profondità dell’oceano. Proprio nelle acque attorno all’isola, a oltre 5.500 metri di profondità, una missione scientifica giapponese ha recentemente recuperato campioni di fango marino contenenti elevate concentrazioni di terre rare, elementi fondamentali per tecnologie avanzate come veicoli elettrici, turbine eoliche e sistemi elettronici.
In base a quanto scrivono i media nipponici, il governo di Takaichi Sanae guarderebbe dunque a queste risorse come a una possibile svolta per ridurre la dipendenza dalle importazioni, soprattutto dalla Cina, che domina la produzione mondiale di terre rare.
Un’isola strategica
Il progetto è sostenuto direttamente dall’ufficio del primo ministro e potrebbe diventare anche un terreno di cooperazione strategica con gli Stati Uniti. Il recente test condotto dalla nave di ricerca Chikyu ha segnato un risultato significativo: per la prima volta è stato possibile pompare in modo continuo il fango ricco di minerali dal fondale oceanico.
Gli scienziati ritengono che l’area contenga elementi preziosi come disprosio e gadolinio, utilizzati nei magneti ad alte prestazioni e nei sistemi di controllo dei reattori nucleari. I campioni recuperati verranno ora analizzati nei laboratori giapponesi per valutare la fattibilità economica di un futuro sfruttamento industriale.
La combinazione tra potenziale minerario e utilizzo strategico del territorio rende Minamitorishima un tassello sempre più importante nella competizione globale per le risorse e la sicurezza energetica. Ricordiamo che il Giappone importa ancora la maggior parte delle terre rare necessarie alla propria industria tecnologica, e che negli ultimi anni ha vissuto momenti di tensione con Pechino proprio su questo fronte, con restrizioni alle esportazioni cinesi utilizzate come leva politica.