Le note sono pause, frasi interrotte, ripetizioni, silenzi, rabbia trattenuta, ossessioni. È La musica di Marguerite Duras (1914-1996), una melodiosa discesa all’inferno di un uomo e una donna, lui e lei, semplicemente, nella pièce che porta a teatro la loro distruzione reciproca, lenta, procastinata eppure fulminea. Avviene tutto in una notte, e quelle ore di buio assorbono le loro esistenze per intero: il passato, ovvero il loro matrimonio, finito da due anni; il presente, il divorzio che hanno appena firmato, e i due nuovi compagni che si sono entrambi trovati; il futuro, nel quale non è scritto altro che quell’amore impossibile, senza fine eppure corrosivo al punto da non sopravvivere a sé stesso.
La musica va in scena per la prima volta l’8 ottobre 1965 allo Studio des Champs-Élysées di Parigi, con interpreti Claire Deluca nei panni di Anne-Marie Roche («Lei, trentacinque anni o più») e René Erouk in quelli di Michel Nollet («Lui, trentacinque anni o più») e per la regia di Alain Astruc e Maurice Jacquemont; in quello stesso anno, Duras ne realizza una prima versione televisiva per la Bbc, mentre in quello successivo lo trasforma in un film, il suo primo da regista, con Paul Seban ad assisterla (nel frattempo, nel 1959, era già stata candidata all’Oscar per la sceneggiatura di Hiroshima mon amour di Alain Resnais). Insomma La musica è un’opera totale sia per modalità e varietà narrative, sia perché Anne-Marie e Michel, lei e lui, sono una coppia di amanti che incarna perfettamente quella passione distruttiva e irrisolta che è al centro dei romanzi più famosi della scrittrice francese, su tutti L’amante, con cui vinse il Goncourt nel 1984 e che divenne anch’esso un film.
La musica però ha una storia ancora più peculiare perché, vent’anni dopo quella prima messa in scena, Duras torna su quel testo e scrive La musica seconda, che approda al Théâtre du Rond-Point il 20 marzo 1985 con Miou-Miou e Sami Frey come interpreti e la stessa Duras alla regia ed è sia un secondo atto, sia una seconda sequenza cinematografica, un ulteriore scatto del suo sguardo su quella coppia disperata.
È questo dittico teatrale che oggi l’editore L’orma propone, a trent’anni dalla morte dell’autrice e per la prima volta in italiano, in La musica (pagg. 156, euro 18; prefazione di Arnaud Rykner): e così troviamo lei e lui nella hall di un albergo a Évreux, la città e l’hotel dove hanno vissuto insieme, appena dopo avere siglato la loro separazione definitiva, perlomeno davanti alla legge. Perché poi, in quella lunga notte, lui e lei sembrano di nuovo irrimediabilmente vicini, seppure sempre senza speranza, e passano dall’imbarazzo iniziale alla violenza trattenuta, fino ad arrivare alle confessioni: i tradimenti reciproci, i segreti, le gelosie, le menzogne anche innocenti (anche se nulla, fra lui e lei, pare avere il dono della leggerezza e tanto meno dell’innocenza), il desiderio di lui di ucciderla, l’inferno degli ultimi mesi insieme. È la stessa Duras, in un testo che scrisse per l’edizione di La musica seconda presso Gallimard, nel 1985, a raccontare i suoi protagonisti: «Sono persone che si sono amate e poi si sono separate. Sono ancora giovani... Sono pure di buona volontà, hanno fatto come tutti, si sono sposati, si sono sistemati e poi a un certo punto sono stati strappati l’uno all’altra dalle forze malvagie della passione. Non sanno ancora di essere stati “fregati”». Lui sembra ancora incagliato nella ferita del loro amore, stravolto da quella pistola con cui la aveva aspettata una volta al binario del treno. In lei invece, apparentemente più libera e forse indifferente, «comincia a farsi largo una certa logica, quella del disastro degli amanti».
È la logica che li travolge nel secondo atto. «A quei due nell’Hôtel de France, in una notte d’estate, senza un bacio, li farei parlare per ore e ore. Soltanto per il gusto di parlare.
Nella prima parte della notte, il loro tono è quello della commedia, dello scontro. Nella seconda parte della notte, no, sono tornati allo stato totale dell’amore disperato». Marguerite Duras regala loro il sottofondo di Duke Ellington e li accompagna, lei e lui, fino all’alba, fino agli «ultimi istanti delle loro ultime ore», a sua volta trascinata da un impulso a cui non dà nome, ma che è lei stessa a rivelare: «Vent’anni esatti separano La musica da La musica seconda, e per quasi tutto il tempo ho desiderato questo secondo atto. Sono vent’anni che sento le voci spezzate del secondo atto, sfinite dalla stanchezza della notte insonne. E che risuonano ancora nella giovinezza del primo amore, spaventate. A volte si finisce per scrivere qualcosa».
Duras suona "la musica" della passione
Scritto il 07/03/2026